Cenni storici
La rosa accompagna l’esistenza dell’uomo da migliaia di anni ed è sempre servita per ornare giardini e case dei potenti. Pare che i primi a selezionare le rose siano stati i Cinesi, ma se ne interessavano anche Egiziani e Greci. In Europa si parla principalmente di varietà come la Rosa gallica e la Rosa canina e, con l’avvento delle crociate, si aggiunge anche la Rosa damascena.
Nel Medioevo, oltre che nelle corti più suntuose, la rosa fa la sua comparsa anche nei monasteri: ma più che alla bellezza, lì si guarda alle sue virtù medicinali. Nel XV secolo ricordiamo la famosa Guerra delle due rose, fra le nobili casate dei Lancaster — che avevano come simbolo una rosa rossa (Rosa gallica officinalis) — e degli York, che ostentavano come stemma araldico una rosa bianca (sempre una Rosa gallica).
Nei secoli a seguire si sviluppa sempre più la ricerca nella selezione delle rose, partendo da incroci e da mutazioni spontanee; ma sarà con l’arrivo di nuove specie dall’Oriente che le varietà si moltiplicheranno. Negli ultimi secoli la selezione e il miglioramento delle rose hanno interessato tutto il mondo, con una ricerca costante e continua e la creazione di un gran numero di nuove cultivar. Fanno eccezione proprio le varietà che a noi interessano — le rampicanti e le sarmentose — che dagli anni Cinquanta del secolo scorso non hanno avuto grandi novità.
Il roseto del Parco Comunale
Rose rampicanti e rose sarmentose
Ho parlato di rose rampicanti e sarmentose perché sono quelle che ci interessano: nel Parco Comunale è infatti presente un’importante raccolta di questi rosai. Il parco presenta un viale di notevole ampiezza che si snoda sui lati perimetrali, delimitato da doppie siepi di bosso su entrambi i lati, che cingono l’impianto dei rosai. Questi possono dare la loro massima espressione floreale grazie a una struttura metallica ad archi, tenuti uniti da cordine, su cui vengono allevati.
Fino a qualche anno fa si contavano oltre 320 esemplari, prevalentemente rose rampicanti, ma sono ben presenti anche sarmentose, canine e galliche. Sopravvivono ancora esemplari originari, messi a dimora all’atto della costruzione del parco sul finire degli anni Cinquanta.
Lo stato fitosanitario è discreto, considerando che negli anni in cui mi sono occupato della gestione gli interventi fitosanitari sono sempre stati ridotti all’indispensabile: una scelta dettata dall’esigenza di tutelare i fruitori del parco, in modo particolare i bambini, che tendono a toccare tutto ciò che li attira e che le sostanze chimiche dei trattamenti antiparassitari avrebbero potuto danneggiare. Si è quindi provveduto con concimazioni organiche e con un piccolo apporto di concimi minerali al momento della fioritura (aprile/maggio), nella convinzione che un buon stato nutrizionale sia alla base di un buon stato di salute.
La rosa, come tutte le piante, può vivere anche senza la manutenzione dell’uomo; ma la notevole produzione di rami rende in breve le piante affastellate e caotiche, con getti sempre meno vigorosi e fiori sempre più piccoli e in minor numero. Con la pratica colturale della potatura si cerca di garantire alla pianta la massima insolazione (ricordiamo sempre che la rosa è una pianta da pieno sole), necessaria per un buon sviluppo e per un giusto rapporto tra rami e fiori rispetto alle possibilità nutrizionali, ottenendo — fattore non meno importante — anche un aspetto gradevole.
Come fare una buona potatura
Non è possibile effettuare cure colturali e, a maggior ragione, cimentarsi nella potatura, senza una buona capacità di osservazione. Poniamoci davanti alla rosa e impariamo a osservarla partendo dal piede.
Per prima cosa, osserviamo attentamente lo stato sanitario. I rami incrostati da funghi, secchi, danneggiati da pratiche colturali approssimative (ad esempio la zappettatura), con macchie nerastre o vistosi disseccamenti, sono da eliminare con un taglio rasente alla pianta.
Le aberrazioni talvolta presenti (appiattimento o ovalizzazione del ramo) di regola sono da eliminare, anche se per esperienza ho notato che non impediscono il passaggio della linfa né la vita della branca colpita.
Valutiamo poi la presenza di nuovi getti vigorosi, privi di biforcazioni, sui rami dell’anno: sono quelli che daranno i fiori migliori e, pertanto, assolutamente da lasciare e favorire. Ognuno potrà servire a sostituire un ramo più vecchio, riconoscibile per la presenza di rametti secondari o addirittura terziari — possibilità molto rara, riservata ad alcuni esemplari molto vecchi e malandati che tuttavia vengono ancora allevati per la bellezza del loro fiore, anche se non più in grado di produrre nuovi rami dell’anno.
Tipi di potatura
Nei rosai distinguiamo due tipi di potatura:
- Potatura secca o invernale;
- Potatura verde o estiva.
La potatura secca è la più importante: asporta la percentuale maggiore di rami e di solito si esegue dall’autunno in poi, possibilmente dopo che è iniziata la migrazione degli Antociani (pigmenti vegetali idrosolubili presenti in fiori, frutti, foglie o fusti di molte piante, che assumono colori diversi) e dei Flavonoidi (sostanze naturali presenti nella frutta e in altri vegetali, con proprietà antiossidanti) verso le foglie, che ne provoca il cambio di colore e la successiva caduta. La presenza delle foglie ci garantisce la riconoscibilità della gemma, sempre situata dietro l’attaccatura della foglia. Dopo la caduta delle foglie le gemme sono minute, ma alla fine dell’inverno saranno molto grosse — e il tempo per eseguire una potatura corretta starà per scadere — e durante la manipolazione dei rami sarà molto facile perderle, in modo particolare nelle operazioni di legatura.
La potatura verde è una pratica che assorbe molto impegno e non è semplice, per la presenza del folto fogliame; è volta a eliminare le infiorescenze appassite per evitare la formazione dei cinorrodi (un falso frutto, ossia un frutto derivante da strutture fiorali diverse dall’ovario, tipico del genere Rosa), che alla pianta costano molte energie nutrizionali.
La potatura del ramo a fiore
Riguarda quel ramo che ha già rametti secondari o terziari e consiste nel lasciare una gemma (al massimo due) a fiore per ogni singolo rametto. Nel nostro particolare tipo di rose la scelta della gemma ben posizionata non ha molta importanza: trattandosi di piante sviluppate in altezza, non sussistono problematiche legate alla luce.
Il taglio va praticato a non più di 6/8 mm al di sopra di una gemma, con una lama (cesoie) ben affilata, in modo da ottenere un taglio netto, senza sfilacciature. Il taglio deve essere angolato verso il basso, dalla parte opposta alla gemma, in modo che l’acqua defluisca. Non deve essere troppo vicino alla gemma, perché potrebbe danneggiarla, ma neanche troppo lontano, perché il moncone dello stelo, invece di cicatrizzarsi, potrebbe seccare con uno sgradevole effetto visivo. Per il taglio di rami di grosse dimensioni è utile servirsi di un troncarami dai manici lunghi o di un seghetto.
Dopo la potatura si provvederà al posizionamento dei rami dell’anno, per sostituire quelli più vecchi, stendendoli pazientemente sui fili: meglio privilegiare i fili orizzontali ad altezza di sguardo, che garantiranno un gran colpo d’occhio, e far seguire a raggera quelli che salgono a coprire la volta del berceau. Se possibile, evitate gli intrecci e stendete i rami all’esterno dell’orditura dei fili (soluzione migliore) o all’interno, verso di voi.
Fermate poi i rami con legacci in numero adeguato e stabilite una lunghezza massima oltre la quale il ramo va reciso: ad esempio quando, sul medesimo filo, incontrate il ramo della rosa accanto. Anche nella parte alta sarebbe buona regola non superare la mezzeria della volta, se dalla parte opposta sale la rosa dirimpettaia (ma non è una regola ferrea). Lungo il periplo avrete la possibilità di trovare buona parte di rami dell’anno lunghi 2,5-3,5 metri, e in alcuni casi anche il doppio (forse non quest’anno, a causa della siccità): sta a voi valorizzarli nel migliore dei modi.
Finita la legatura, se vi restano ancora rami dell’anno inutilizzati, potreste valutarne l’impiego per la produzione di talee semilegnose, da piantumare in solchi su terreno idoneo. Duole ricordare — ma avrete inevitabilmente modo di constatarlo — che il detto non c’è rosa senza spine è da alcuni anni più che mai vero, a seguito della scomparsa dell’unico esemplare senza spine presente al parco.
Il metodo e le raccomandazioni contenute in questa dispensa si applicano solo ai rosai rampicanti e sarmentosi; per tutti gli altri la potatura è decisamente più drastica.
Riteniamoci fortunati che, per la legatura, non si utilizzino più i rami di Salix viminalis (in dialetto stropei), ma un filo di ferro coperto di carta.
A questo punto non mi resta che augurarvi buon lavoro.